Il mese di Aprile a Firenze e in Toscana

Proseguiamo il ciclo sull’origine del termine del mese e sulle sue raffigurazioni a Firenze e in Toscana. Nel mese di aprile è Venere a fare da padrona, e spero che sia di buon auspicio per tutti.

Origine del termine aprile

L’etimologia di aprile è incerta. Alcuni pensano che potrebbe derivare dalla parola etruscaApro“, che designava la dea dell’amore greca, Afrodite. Altri credono che derivi dal latino “aperire“, aprire, in riferimento alla natura che in questo periodo inizia ad sbocciare, in concomitanza con l’equinozio di Primavera, nell’emisfero Nord.

Aprile e il culto di Venere

Nell’antica Roma, Aprile era il secondo mese dell’anno dopo marzo, poichè gennaio e febbraio furono aggiunti successivamente da Numa Pompilio nel 700 a.C. Per i romani ogni mese corrispondeva ad una divinità di riferimento, e aprile era dedicato a Venere, la dea della bellezza e dell’amore (Afrodite, nella versione greca). Le celebrazioni a Roma iniziavano il primo giorno del mese con la “Veneralia“, aprendo quella che è considerata la stagione degli amori.

Naturalmente sono moltissime le rappresentazioni della dea dell’amore a Firenze, e non potendo citarle tutte, vi segnalo alcune delle mie preferite.

La nascita di Venere – Sandro Botticelli (1484 ca) – Galleria degli Uffizi

Questo dipinto di Botticelli è l’icona stessa della Galleria degli Uffizi e rappresenta l’età d’oro della Firenze laurenziana, insieme all’Allegoria della Primavera.

Secondo la mitologia, Saturno, dopo aver evirato suo padre Urano, getta gli organi sessuali nel mare. E proprio dalla spuma del mare nasce Venere, che nel dipinto viene condotta su una conchiglia verso l’isola di Citera o forse Cipro, con l’aiuto di due figure alate che soffiano; Zeffiro, il vento di primavera e Aura, la brezza. Nell’aria spinta dal vento volano le rose, uno degli attributi della dea dell’amore. Venere è nuda, con i cappelli che svolazzano spinti dal vento, e la sua posa richiama la Venere Pudica, un tipico riferimento del Rinascimento alla sculture antiche. Sulla riva Venere è attesa da una delle Ore, guardiane dell’Olimpo, che le porge un mantello di seta, ricamato con fiori, per coprire la sua nudità. L’ancella probabilmente rappresenta l’Ora della Primavera, riconoscibile dai fiordalisi che ne decorano l’abito e dagli anemoni che spuntano ai suoi piedi, e indossa una collana di foglie di mirto, un’altra pianta che simboleggia Venere.

Allegoria della Primavera – Sandro Botticelli (1481-2) – Galleria degli Uffizi

Questo dipinto di Botticelli ha dato origini a moltissime interpretazioni, ma qui mi limito a descrivere la scena. Partendo dalla destra, dal buio arriva il vento Zeffiro, che si è infatuato della ninfa Clori. Dalla loro unione, Clori ottiene la capacità di far germogliare i fiori, che le si vedono uscire dalla bocca, e si trasforma nella figura accanto, Flora, la dea romana della primavera, che porta un bellissimo abito con i fiori. La figura centrale è Venere, incorniciata da un albero di mirto, e questo è il suo giardino. Venere fa un gesto come che invitandoci ad entrare. Sopra Venere svolazza suo figlio Cupido, piccolo dio dell’amore, pronto a scoccare una freccia e chi sarà colpito rimarrà perdutamente innamorato. La benda che ha sugli occhi ci ricorda che l’amore è cieco. Spesso vicino a Venere ci sono le Tre Grazie, figure legate all’amore, che intrecciano una danza. A sinistra Mercurio, il messaggero degli dei, dissipa le nuvole del cielo con il suo bastone alato, il caduceo. Guardate come le piante fioriscono e danno frutti soltanto dopo l’unione di Clori e Zeffiro, dando così inizio alla primavera.

I botanici hanno individuato circa duecento specie di piante che sbocciano proprio in questo periodo nelle colline fiorentine. Prendiamolo come un invito a fare lunghe passeggiate per vederle dal vivo.

Venere di Urbino – Tiziano (1538) – Galleria degli Uffizi

Questo dipinto è arrivato a Firenze con l’eredità di Vittoria della Rovere, l’ultima rappresentante della casata di Urbino, andata in sposa al cugino Ferdinando II de’ Medici. Davanti ad un pesante tendaggio verde, si stacca la figura di Venere distesa nuda sul letto, con l’incarnato luminoso e morbidissimo, ornata solo dai gioielli, che ci guarda. Con una mano tiene un mazzetto di rose, il suo attributo, e con l’altra ha una pose ambigua tra il pudore e il sensuale. Sullo sfondo una scena di quotidianità dell’epoca, con due ancelle che sistemano dei vestiti in una cassapanca.

L’opera era stata voluta fortemente da Guidobaldo della Rovere, probabilmente come un modello di erotismo per Giulia Varano, la sua giovanissima moglie di soli 13 anni. Ma guardate il cagnolino che dorme assopito sul letto. Il cane è simbolo di fedeltà, quindi, va bene la sensualità di Venere, ma all’interno del rapporto nuziale, avrà pensato Guidobaldo.

Venere de’ Medici (I a.C. ca) e Venere Italica – Antonio Canova (1804-1812)

La storia di queste due rappresentazioni della dea della bellezza è molto curiosa e le lega indissolubilmente.

La prima è una scultura ellenistica datata tra la fine del II a.C. e l’inizio del I a.C. e rappresenta la Venere pudica che, uscita dal bagno, si accorge di essere osservata e piegandosi leggermente in avanti, cerca di coprire le parti intime. Sulla base c’è il nome dell’artista Kleomenes figlio di Apollodoros.

La statua fu scoperta presso le Terme di Traiano a Roma, nel 1575 entrò a far parte della collezione di Ferdinando I de’ Medici, mentre era cardinale, a Villa Medici a Roma. Nel 1677 la scultura fu trasferita a Firenze da Cosimo III, e esposta alla Tribuna degli Uffizi (dove tuttora si incontra) divenendo il simbolo della collezione stessa. Ammirata da molti, divenne il frutto del desiderio di Napoleone, che chiese espressamente di vederla nella sua visita a Firenze nel 1796. Con l’avanzata delle truppe napoleoniche, per evitare la spoliazione delle opere d’arte, il solerte cavalier Tommaso Puccini, allora direttore dell’Accademia delle Belle Arti, cercò di trasferire alcuni delle principali opere degli Uffizi come la Venere de’ Medici, in Sicilia. Nel 1800 una nave che partì da Livorno a Palermo portò 75 casse con i più importanti capolavori degli Uffizi. Questo non fermò Napoleone che aveva l’idea fissa di celebrare al Louvre un matrimonio tra la Venere de’ Medici e l’Apollo di Belvedere: nel 1802 riuscì a rintracciare la scultura e la fece trasferire a Parigi.

Per colmare il vuoto lasciato dalla partenza della scultura, fu commissionata ad Antonio Canova una Venere. Lo scultore decise però di non fare una coppia della scultura antica, ma una sua interpretazione. Con la caduta di Napoleone e il successivo Congresso di Vienna, la Venere de’ Medici fu riportata agli Uffizi grazie alla mediazione diplomatica dello stesso Canova e riprese il suo posto nella Tribuna. La Venere Italica fu trasferita a Palazzo Pitti e può essere ammirata nella Sala di Venere, alla Galleria Palatina. A quel punto i francesi per colmare il vuoto dell’assenza della dea dell’amore, acquistarono una scultura di Venere rinvenuta a Milo, che fu pubblicizzata in modo tale da diventare uno dei simboli del Louvre.

A proposito della Venere de’ Medici, John Ruskin scrisse che è «una delle più pure ed elevate incarnazioni della donna mai concepite».

Venere che pettina Amore – Giovanni da San Giovanni (1627) – Galleria Palatina

Di tutt’altro registro è la dissacrante raffigurazione di Venere realizzata da Giovanni da San Giovanni in questo dipinto. Diversamente dalle rappresentazioni bucoliche o simboliche della dea dell’amore, vediamo una scena che potrebbe rappresentare la quotidianità in una famiglia, non solo nel Seicento. Venere è ritratta nell’atteggiamento tenerissimo di madre amorevole, che con molta pazienza passa il pettinino nei cappelli di Cupido, per levare i pidocchi. Il piccolo dio gode dell’attenzione della madre, ma ci guarda, come per chiedere quanto durerà il trattamento, mentre la sua faretra piena di frecce è per terra, pronta per essere raccolta al termine delle cure materne.

Venere Fiorenza – Giambologna (1572) – Villa Medicea la Petraia

Questa scultura bronzea del Giambologna della Venere Anadiomene, rappresenta un delicato nudo femminile che strizza i lunghi cappelli bagnati. Originalmente era il coronamento della “fontana del labirinto” realizzata dal Tribolo, nel giardino della Villa Medicea di Castello. Cosimo I de’ Medici la commissionò perché desiderava che la città di Firenze fosse personificata dalla dea dell’amore.

Curioso pensare che i due dipinti di Botticelli citati, la Nascita di Venere e l’Allegoria della Primavera, si trovavano, in quel momento, proprio in questa villa.

Purtroppo in virtù di cambiamenti successivi nel giardino il labirinto di siepi che circondava la fontana fu disfatto. La fontana stessa fu smontata, ma per fortuna rimontata nella vicina Villa Medicea la Petraia. Il luogo fu chiamato da allora il “prato della figurina”, per la bella raffigurazione di Venere/Fiorenza che lo adornava. Attualmente nel giardino c’è una replica e la scultura originale del Giambologna si trova all’interno di Villa Petraia.

Entrambe Villa di Castello e Villa Petraia si trovano nei dintorni di Firenze, sono Patrimonio dell’Unesco come tutte le ville medicee e meritano di essere visitate!

Le attività del mese di aprile

La dea Venere ha monopolizzato la nostra attenzione su Firenze, ma allarghiamo l’orizzonte per parlare dell’attività agricola prevalente in questo mese.

Il Ciclo dei mesi alla Cattedrale di San Martino a Lucca

Nei bassorilievi del Ciclo dei mesi sulla facciata del Duomo di San Martino a Lucca, iniziata nel 1233 da un gruppo di maestri lombardi, possiamo osservare che il mese di aprile è dedicato all’aratura e alla semina.

 

Speriamo che quest’anno la semina porti buoni frutti!

* Le immagini sono tratte da Wikipedia.

**Questo articolo fa parte di una serie sulle rappresentazioni dei mesi a Firenze e in Toscana. Per chi volesse vedere i precedenti:

Gennaio a Firenze e in Toscana

Febbraio a Firenze e in Toscana

Marzo a Firenze e in Toscana